Un tribunale brasiliano condanna la Monsanto
24/07/2012
 
Che l’idea di far pagare i semi infinite volte fosse un tantino folle l’avevano detto in molti. Con una mossa degna di un film di 007 la multinazionale americana del biotech pensava di avere messo le mani sui raccolti del futuro pretendendo di far pagare le royalties sui semi brevettati non una volta, e cioè alla vendita, ma tutte le volte che per antica consuetudine o anche per sbaglio, nuove piante fossero germinate dagli eredi delle prime semenze. Attraverso questa imposizione la corporation ha guadagnato cifre esorbitanti soprattutto in paesi come il Brasile, secondo produttore mondiale di soia dopo gli Stati Uniti, che sarebbe poi il prodotto di punta targato Monsanto. Ora però, grazie a un tribunale di Porto Alegre – città che ha ospitato svariate edizioni del Forum Sociale Mondiale – la geniale pensata potrebbe costarle molto cara.

La notizia passata pressoché inosservata risale al 4 aprile scorso, anche se è stata raccolta da Le Monde il 22 maggio. Quello stesso giorno, mentre la mega corporation del transgenico annunciava al mondo di aver polverizzato l’ennesimo record di profitti – un 15 per cento in più di quanto previsto dagli analisti – il giudice Giovanni Conti del tribunale di commercio dello Stato del Rio Grande do Sul di cui Porto Alegre è capitale, ordinava alla Monsanto di sospendere immediatamente la raccolta di royalties sulle sementi geneticamente modificate di soia fino a quando non avrà interamente rimborsato i compensi percepiti dalla vendita delle licenze dal 2003 in poi. Di fatto il magistrato di Porto Alegre accusa Monsanto di violare la normativa brasiliana sulle sementi, la “lei de proteçao de cultivares”, e di avere quindi raccolto royalties abusivamente. Questo significa che la società potrebbe essere costretta a restituire a circa 5 milioni di contadini brasiliani una cifra che si aggira intorno ai 6,2 miliardi di euro. Va sottolineato anche che, se Monsanto non rispetta la sentenza, rischia di dover pagare 385.000 euro di penale per ogni giorno di ritardo. Ovviamente l’impresa ha fatto appello e la parola passa alla Corte suprema del Brasile che dovrà oltretutto decidere se la sentenza emanata nello Stato del Rio Grande do Sul possa venire estesa a tutto il paese.

Quella che si profila come una delle più grandi debacle dell’agrobusiness è frutto della tenacia di Néri Perin, legale dell’Associazione dei produttori locali di soia (Aprosoja RS) e dell’attivismo di alcuni gruppi, in particolare l’associazione Inf’OGM e la svizzera Trace Consult che ha contribuito a dare rilevanza internazionale al caso. In Brasile la coltivazione della soia transgenica è molto diffusa, con picchi concentrati appunto nel Rio Grande do Sul dove, secondo il Ministero dell’agricoltura, si arriva fino al 95 per cento della superficie coltivata. Ed è stato proprio da questo Stato che è partita una denuncia sottoscritta da 356 fra produttori rurali e sindacati appoggiati dalle associazioni di contadini e dalle municipalità di Passo Fundo, Santiago e Sertão, tutti uniti nel lamentarsi contro l’obbligo di pagare le royalties non solo sui semi appena comprati ma anche su quelli derivati dai raccolti precedenti. Un sistema che non solo impedisce di riseminare ma anche di donare o scambiare le sementi raccolte nel proprio campo. Al contrario i contadini reclamano il diritto di ripiantare, vendere o scambiare i semi senza dover pagare di nuovo la licenza – da qui la richiesta di rimborsare i 6 miliardi e rotti di euro incassati illegalmente. Pessima notizia per Monsanto che si accingeva a lanciare sul mercato un nuovo “prodotto” ovvero l’Intact RRpro, nuova variante di soia geneticamente modificata per resistere ai parassiti che costa cinque volte di più. In attesa della decisione della Corte suprema il lancio del nuovo seme transgenico è stato sospeso.
 
 
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